Il Mondo a Piedi, David Le Breton, Feltrinelli
“Camminare significa aprirsi al mondo. L’atto del camminare riporta l’uomo alla coscienza felice della propria esistenza, immerge in una forma attiva di meditazione che sollecita la piena partecipazione di tutti i sensi. E’ un’esperienza che talvolta ci muta, rendendoci più inclini a godere del tempo che non a sottometterci alla fretta che governa la vita degli uomini del nostro tempo”.
Con queste parole Le Breton ha carpito la mia totale attenzione, mi ha indirizzato ad una riflessione sul tema, a ricordare.
Ricordare quelle volte che mancato l’autobus intraprendevo a piedi il tragitto che dall’università mi riportava a casa nella speranza di incrociare il mezzo alla fermata successiva. Qualche volta la “fortunata” coincidenza aveva luogo, per le restanti il mio ritorno si trasformava in una marcia. Una marcia, per la prima tratta, estremamente frettolosa a cui ero portato dall’ansia di perdere tempo utile da dedicare allo svago e che mi conduceva ad incamminarmi verso la fermata successiva nonostante la piena contezza che ciò in alcun modo avrebbe anticipato il mio ritorno. Trascorso il primo quarto d’ora in uno stato semi isterico, andatura estremamente elevata, voltarsi di continuo nella speranza di non ritrovarsi nel bel mezzo di due paline al passaggio dell’autobus, d’un tratto mi adagiavo in uno stato di quiete; camminavo, pensavo, mi ritrovavo a dialogare con me stesso, costruire interminabili monologhi che senza alcun apparente filo logico colmavano la mia mente.
Arrivare alla porta di casa assumeva un sapore triste, un ritorno alla realtà, una realtà dalla quale per 45 minuti mi ero astratto assaporando una forte sensazione di libertà.
Ultimata la lettura de Il Mondo a Piedi ho riposto il libro nello scaffale, indossato delle comode calzature da ginnastica ed ho iniziato a passeggiare per la città; un’ora e mezza dopo pur non essendomi perso nel corpo mi ero smarrito nella mente. Stavo camminando nella mia città ma avrei potuto essere dovunque, in qualunque luogo ed in qualunque tempo; necessitavo di una strada su cui poggiare i piedi e null’altro, i pensieri tra cui fluttuavo erano già tutti nella mia testa. Camminare è un’esperienza che si staglia al di fuori del tempo, o forse è un’anacronistica esperienza che si innalza al di sopra del nostro.
Hai un enorme potere, un luogo dove la tua libertà è assoluta: la tua mente. Hai il potere di scegliere i tuoi pensieri, il tuo umore, il tuo atteggiamento. Per rendersene conto occorre uscire dagli schemi, eludere tutte quelle regole che informano il nostro esistere senza che ne si abbia contezza; indossa un paio di scarpe comode ed inizia a passeggiare, proverai ciò di cui ho scritto.
Chet Baker. But not for me
Il nuoto mi rilassa nel corpo, il giardinaggio nella mente. Un hobby antitetico con la vita cittadina; un anno orsono ho così dato vita ad un’aiuola domestica. Dedicato una parete del salotto alle piante, al verde.
Seduto sul divano l’ammiro, mi rigenera.
Palme, dracene, felci, sanseviere e piccoli ficus; dell’edera, un filodendro ed un senecio a ricadere; un vaso di spatifillo.
Un piccolo giardino in fieri.
Razionalizzando il mio agire; non riesco a fare a meno della città: delle persone, dei divertimenti, della cultura e delle possibilità che può offrire. Ne tollero con difficoltà i rumori, la frenesia, l’inquinamento. La moltitudine di piante che affolla l’abitazione forse è il mio modo di conciliare due opposti stili di vita: cittadino e bucolico.
Un’innocente illusione.
Chet Baker. The thrill is gone
Seduto nel centro di un enorme letto; una ragazza, forse non bella ma estremamente sexy, saltellava intorno agitando una pistola in aria. Lunghi calzettoni bianchi che terminavano con due righe rosse: quelli usati dai cestisti che tentavano invano d'arrestare i ganci di Kareem Abdul-Jabbar; una cortissima gonna grigia a pieghe e delle mutandine assurde. Di cotone, a vita bassa, verde acqua sul davanti e grigie dietro; costellate di immagini di personaggi disney.
Non ricordo cosa indossasse sopra, non ricordo nulla della stanza, non ricordo il suo volto ma lo percepivo. C’era un’altra persona accanto a me […].
Scherzavamo; si accovaccia di fronte a me, punta la pistola scarica alla mia tempia. Rido, le carezzo una gamba. Sento il clic del grilletto ed un boato. Non avverto dolore, capisco. Avvicino due dita al capo e sento un liquido caldo sgorgare fuori. Mi accascio. Penso solo che sto morendo. E’ tutto ovattato. Mi è quasi dolce, mi sento leggero. Buio.
Mi risveglio su un’agitata ed affannosa inspirazione a bocca aperta; come dopo una lunga apnea forzata. Per qualche secondo non avrò respirato.
Riflessioni al risveglio.
Il profondo realismo delle sensazioni provate mi ha stordito. Morire è tutto qui? Ho trascorso diverse notti insonni attanagliato dal timore della consapevole incombenza della morte. Una paura viscerale. Questa notte ne ho avvertito la naturalezza, la leggerezza. In quell’istante non ho avuto paura; ho avvertito la forza vitale abbandonarmi, niente più. Non ho pensato a tutto ciò che avrei voluto fare e non ho fatto, non ho visto la vita scorrere dinanzi agli occhi. E’ durato il tempo di un istante ed ero troppo impegnato a morire.
Ciò che più mi ha colpito è stata la sensazione di leggerezza, di libertà. La massima forma d’espressione del diritto alla libertà consiste nella volontaria ed irreversibile scelta di rinunciare al suo esercizio. Non io ma la morte aveva scelto in mia vece, non mi dispiaceva. Per un momento ho consapevolmente goduto di una sensazione di pace assoluta.
Ciò che più vi è di bizzarro è la vividezza delle sensazioni provate carezzando la gamba dell'inconsapevole carnefice e l'immagine dinanzi ai miei occhi. Gli ultimi istanti di vita del sogno li sento dentro come realmente vissuti.